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La Famiglia Esule di Alessandro Fantera rinnova l’iconografia sacra mettendola in dialogo con le ferite del presente. Un’opera che trasforma la pittura spirituale in…
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La Famiglia Esule di Alessandro Fantera rinnova l’iconografia sacra mettendola in dialogo con le ferite del presente. Un’opera che trasforma la pittura spirituale in una riflessione etica contemporanea.
Da sempre la Chiesa cattolica affida all’arte il compito di rendere visibile l’invisibile. Nei secoli questo dialogo ha prodotto immagini capaci di superare il tempo, diventando patrimonio spirituale e culturale collettivo. È in questa tradizione che si inserisce La Famiglia Esule, l’ultima opera del maestro Alessandro Fantera, collocata nella suggestiva cornice del Palazzo di San Callisto a Roma e presentata ufficialmente in Vaticano lo scorso 16 gennaio alla presenza del Cardinale Michael Czerny.
L’iconografia sacra messa alla prova dal presente
Fantera non si limita a rinnovare un’iconografia sacra. La attraversa e la mette in tensione con il presente. La scena evangelica della fuga in Egitto diventa una traversata ambientata nella Striscia di Gaza, una scelta simbolica in cui la Sacra Famiglia si fa archetipo dell’esilio e della vulnerabilità umana. Nella storia dell’arte il tema della fuga in Egitto è stato spesso rappresentato come riposo e protezione divina. Fantera compie l’operazione opposta e restituisce alla fuga il suo carattere drammatico e urgente. Maria, Giuseppe e il Bambino avanzano in un paesaggio ferito attraversando un confine d’acqua che è insieme fiume reale e frontiera morale. Il sacro non consola, ma interroga.
La fuga come archetipo di esilio e vulnerabilità
La tela si sviluppa come una narrazione corale divisa da un corso d’acqua, confine simbolico tra la violenza del passato e la speranza del futuro. A sinistra, Fantera omaggia Guido Reni con una drammatica rievocazione della Strage degli Innocenti; a destra, la Sacra Famiglia avanza verso la salvezza, guidata da presenze angeliche e gesti di accoglienza. Il fulcro etico si trova però in basso, dove la presenza di un corpo senza vita su una zattera trasforma il dipinto in un atto di denuncia. Formalmente, l’opera si distingue per un solido rigore figurativo e una tavolozza che contrappone terre bruciate a blu profondi, dove la luce non si limita a illuminare, ma guida lo spettatore in un profondo percorso meditativo.
Un’opera che interroga lo sguardo contemporaneo
Il dipinto è un invito alla responsabilità collettiva. Attraverso un linguaggio figurativo solido e una gestione drammatica della luce, Fantera ci ricorda che l’umanità non deve restare sola nel suo cammino di perdita e speranza.
Alessandro Fantera è un pittore e musicista italiano residente a Bologna. Nato in Russia nel 1997 e cresciuto in Italia, si forma tra arte figurativa e musica classica. La sua ricerca pittorica, ispirata alla tradizione neoantica e spirituale, lo ha condotto a collaborare con istituzioni ecclesiastiche e con il Vaticano, affermandolo come una delle voci emergenti della nuova pittura sacra contemporanea.

Valentino ha trasformato l’haute couture in un linguaggio culturale capace di dialogare con l’estetica e i valori del Medio Oriente. Il suo Rosso iconico continua a brillare come simbolo di un’eleganza senza confini, tra Roma e il Golfo.
La scomparsa di Valentino Garavani segna la fine di un’epoca per la moda italiana e per l’intero sistema dell’haute couture, che con lui ha imparato a trasformare l’abito in linguaggio culturale. Un linguaggio che, negli ultimi decenni, ha trovato uno dei suoi interlocutori più raffinati nel mondo arabo e mediorientale.
Se fino agli anni ’90 il centro simbolico della moda restava saldamente ancorato a Parigi, Milano e Roma, il nuovo millennio ha visto nascere una geografia diversa del lusso. Dubai, Riyadh, Abu Dhabi sono diventate capitali di consumo culturale, luoghi in cui l’alta moda non è solo acquisto, ma rituale sociale, appartenenza, affermazione di identità. Una nuova mappa del gusto in cui lo stile di Valentino si è inserito come codice universale di bellezza.
In questo scenario, Valentino ha rappresentato una risposta naturale. Le sue linee pure, i tessuti impalpabili, i ricami preziosi e una predilezione per il “grandioso”, hanno dialogato con una sensibilità estetica che nel mondo arabo valorizza eleganza, maestosità misurata. Senza mai appropriarsi di simboli culturali, la maison ha saputo creare abiti che rispettavano il corpo e il gesto, interpretando con grazia un’idea di femminilità solenne e libera, e risuonando fin dagli esordi con il gusto delle donne più influenti della regione, come la regina Rania di Giordania.
Non è un caso che anche molte altre clienti del Golfo abbiano scelto Valentino per matrimoni, cerimonie reali, eventi diplomatici, riconoscendo nel suo tratto quell’equilibrio perfetto tra modestia e splendore. Né che le maison europee abbiano organizzato trunk show privati proprio nelle capitali mediorientali, riconoscendo in quell’area non soltanto un mercato, ma un pubblico colto, esigente, profondamente consapevole del valore dell’artigianato e della couture come patrimonio culturale.



Se il rosso è il colore del fuoco e della passione, il Rosso Valentino è diventato nel deserto il colore della regalità assoluta. Nelle oasi di creatività di Riyadh, Dubai e Beirut, questa particolare sfumatura è stata adottata come simbolo di una femminilità forte e consapevole. Valentino ha saputo attingere a suggestioni orientaliste, dalle geometrie arabesche ai decori bizantini, restituendole con il filtro della sartoria romana e creando un’estetica “imperiale” che ha ridefinito il concetto di lusso moderno.
Il legame tra Valentino e il Medio Oriente racconta quindi qualcosa di più di una strategia commerciale. Racconta un ponte culturale. Un dialogo tra Roma, città eterna fatta di luce dorata e memoria, e le città del deserto contemporaneo, dove tradizione e futuro convivono in forme nuove. È la dimostrazione di come il saper fare italiano possa diventare lo specchio delle ambizioni di una regione in pieno rinascimento artistico e culturale.
Oggi, mentre il maestro lascia la scena, resta il segno di questa conversazione silenziosa tra mondi apparentemente lontani ma uniti dalla stessa aspirazione: celebrare la bellezza come esperienza totale. Il suo rosso continuerà a brillare tra le dune, come un tramonto eterno che non conosce confini, ispirando le nuove generazioni di creativi che, tra il Mediterraneo e il Golfo, continuano a sognare in grande e a costruire nuove geografie dell’eleganza.
Il Medio Oriente conquista il red carpet dei Golden Globes 2026, portando in scena una couture che fonde architettura, artigianato e visione contemporanea. Grazie anche ad un dialogo estetico potente con l’Italia, che sta ridefinendo il concetto di lusso contemporaneo.
Da anni, la notte dei Golden Globes ha smesso di essere una semplice celebrazione del cinema per trasformarsi in un vero e proprio manifesto dell’evoluzione culturale globale, la consacrazione definitiva di un’estetica che sta ridisegnando i confini del lusso mondiale. Se un tempo il red carpet era dominio esclusivo delle maison parigine o dei grandi nomi italiani, oggi il baricentro si sta spostando anche verso est.
Nell’edizione 2026 il Medio Oriente, con la sua maestria artigianale e la sua visione architettonica dell’abito, ha dominato la scena, creando un dialogo estetico tra tradizione e contemporaneità che parla di cultura, heritage e identità.
L’architettura del tessuto: Ashi Studio per Kylie Jenner
Il momento più iconico della serata ha visto protagonista Kylie Jenner con una creazione di Ashi Studio. La maison, fondata dal designer saudita MohammedAshi, ha presentato un abito interamente ricamato a mano con paillettes metalliche anticate e cristalli. Non si è trattato di un semplice abito, ma di una sfida alle leggi della fisica: un gioco di “oro liquido” e volumi rigidi che richiamava le dune del deserto modellate dal vento. La scelta di Kylie Jenner conferma l’ascesa di maison capaci di superare i centri tradizionali della moda, dimostrando che l’abito non veste solo il corpo, ma abita lo spazio circostante con una precisione tecnica che ricorda le opere di Zaha Hadid
L’eredità libanese di Zuhair Murad e la couture mediterranea
Il Libano si conferma la “Milano del Medio Oriente”, capace di esportare un concetto di “bello” che è diventato lo standard per le star di Hollywood. Zuhair Murad, pilastro della couture libanese, ha vestito la presentatrice Nikki Glaser con un sofisticato abito rosa tenue della collezione Resort 2026, fondendo glamour classico e modernità. Tony Ward e Aleen Sabbagh hanno punteggiato il red carpet con dettagli ossessivi e rigore sartoriale. Oona Chaplin, in Tony Ward, ha incarnato un’eleganza mediterranea che unisce la scuola italiana al decorativismo prezioso del Levante. Aleen Sabbagh ha vestito Keltie Knight e Brittany Snow.
La moda come narrazione con Reema Dahbour e il tatreez
Tra i momenti più intensi della serata, l’apparizione dell’attrice Saja Kilani, che ha scelto una creazione della designer giordano-palestinese Reema Dahbour. Qui la moda si è fatta messaggio. L’abito, ispirato alla thobe tradizionale e arricchito dal tatreez, il ricamo palestinese tramandato di generazione in generazione, ha trasformato il red carpet in uno spazio narrativo. Un modo per preservare la storia attraverso il design contemporaneo.
Eleganza araba contemporanea: Marmar Halim per Maura Higgins
A completare questo racconto sartoriale, la presenza della designer egiziana Marmar Halim, con base a Dubai. L’abito nero indossato da Maura Higgins, impreziosito da un dettaglio dorato, ha incarnato un’eleganza moderna, essenziale ma potente. È l’espressione di un fashion system arabo che guarda al futuro senza rinunciare alla propria identità.
Il ponte estetico tra Italia e MENA
Perché questo fenomeno è così rilevante nel dialogo tra Italia e regione del MENA? La risposta risiede in una sensibilità artigianale condivisa, cura del dettaglio e rispetto per i materiali. L’Italia, con la sua tradizione manifatturiera d’eccellenza, trova nei designer del Golfo partner naturali, che spesso scelgono tessuti italiani o collaborano con fornitori storici del Made in Italy. Questa affinità va oltre la moda, emergendo anche nel design d’interni, dove le ville di Dubai e Riyadh riflettono la stessa attenzione a luce, proporzioni e materiali nobili come marmi, sete, metalli dorati, che caratterizza le silhouette dei red carpet. Una continuità estetica tra abito e spazio, in cui entrambi diventano progetti da vivere, che dialogano con chi li osserva e li abita. In questo scambio, il Made in Italy non è solo materiale, ma linguaggio condiviso, ponte tra mondi diversi che parla di raffinatezza, creatività e visione globale.
La mostra Bedayat: Beginnings of the Saudi Art Movement svela opere inedite e archivi storici, celebrando l’audacia creativa che ha gettato le basi del moderno ecosistema dell’arte contemporanea. Un viaggio nel cuore della storia artistica saudita per scoprire i pionieri che, tra gli anni ’60 e ’80, hanno trasformato la cultura visiva del Regno.
Non è necessario essere profondi conoscitori della realtà mediorientale per cogliere la profonda trasformazione culturale in atto in Arabia Saudita. In questi anni, il Regno sta riscrivendo la propria narrazione globale. Un contesto di ritrovato fermento, in cui Riyadh si prepara ad ospitare la mostra Bedayat: Beginnings of the Saudi Art Movement presso il Museo Nazionale dell’Arabia Saudita. Un viaggio-documentario nel cuore pulsante della creatività saudita.
La mostra aprirà i battenti il 27 gennaio e resterà visitabile fino all’11 aprile 2026. Organizzata dalla Visual Arts Commission, l’esposizione punta i riflettori sui decenni formativi che vanno dagli anni ’60 agli anni ’80, un periodo di trasformazioni sociali ed economiche radicali per il Paese. Esaminerà come gli artisti abbiano risposto, seppur con mezzi a disposizione limitati, con un profondo senso di determinazione e spirito di sperimentazione.
Ciò che rende Bedayat un appuntamento imperdibile è il rigore scientifico che ne sta alla base. Il risultato di un lavoro di ricerca imponente che include:
- oltre 80 visite sul campo;
- 120 report dettagliati sugli artisti;
- 50 interviste approfondite con i protagonisti dell’epoca.
Grazie alle testimonianze dirette è stato possibile ricostruire un’epoca in cui, a fronte della carenza di spazi espositivi e di percorsi accademici strutturati, gli artisti hanno dovuto contare sulla propria iniziativa per creare comunità e piattaforme dove far conoscere il proprio lavoro.
La visione di Qaswra Hafez, un ponte tra radici e contemporaneità
La guida scientifica e artistica di Bedayat è affidata a Qaswra Hafez, una delle figure più influenti del panorama culturale saudita. Fondatore della celebre Hafez Gallery di Jeddah, Hafez non è solo un curatore, ma un profondo conoscitore e collezionista che ha dedicato anni alla riscoperta dei pionieri locali. La scelta di affidare a lui la curatela di Bedayat non è casuale, poiché Hafez incarna il ponte perfetto tra il passato e il futuro dell’arte del Regno. Grazie alla sua esperienza nel mercato internazionale e alla sua passione per la ricerca d’archivio, è riuscito a tessere una narrazione che trasforma documenti storici e opere dimenticate in un racconto vivo, capace di spiegare al pubblico contemporaneo come l’identità visiva saudita si sia evoluta ben prima dell’attuale boom globale.
Il percorso espositivo: tre sezioni per capire il modernismo saudita
L’esposizione raccoglie dipinti, sculture, opere su carta e preziosi materiali d’archivio. Il percorso è strutturato in tre atti fondamentali:
- Le fondamenta del movimento moderno, un’analisi di come l’iniziativa dei singoli artisti e il supporto statale abbiano lavorato in tandem per creare una scena emergente.
- Correnti di modernità, un’esplorazione del dialogo tra gli artisti sauditi, la vita moderna e i movimenti artistici globali dell’epoca.
- Pionieri del modernismo, un focus esclusivo su quattro giganti che hanno segnato la storia: Mohammed Al Saleem, Safeya Binzagr, Mounirah Mosly e Abdulhalim Radwi.
Molti dei documenti d’archivio selezionati saranno mostrati al pubblico per la prima volta in assoluto, offrendo uno sguardo completamente inedito.
Bedayat vuole essere un’esperienza viva. Parallelamente alla galleria, è previsto un fitto programma di eventi collaterali come talk e conferenze sul ruolo fondamentale dei primi insegnanti d’arte, workshop e masterclass pratiche per approfondire le tecniche dei pionieri, incontri sull’importanza degli archivi, essenziali per preservare l’identità culturale nel tempo. In un’epoca in cui l’ecosistema dell’arte contemporanea saudita si espande a ritmo vertiginoso, guardare indietro a Bedayat è fondamentale per capire dove l’arte del Regno è diretta.
Rami Al Ali entra nella storia diventando il primo stilista siriano alla Paris Haute Couture Week. La sua collezione celebra l’artigianalità e il patrimonio culturale della Siria con un’eleganza contemporanea.
Rami Al Ali, celebre stilista siriano, segna un traguardo storico diventando il primo designer della Siria a essere incluso nel calendario ufficiale della Paris Haute Couture Week, sotto l’egida della Fédération de la Haute Couture et de la Mode. Questo riconoscimento ufficiale premia una carriera costruita tra coerenza creativa, artigianalità raffinata e un forte legame con il patrimonio culturale arabo.

Sebbene Rami Al Ali presentasse già da anni le sue collezioni a Parigi in modo indipendente, l’ingresso nel programma ufficiale segna una svolta nella sua carriera, posizionandolo accanto ai grandi nomi dell’haute couture internazionale. Il traguardo arriva in un momento delicato per la Siria, che sta vivendo una fase di transizione politica.
La nuova collezione couture Autunno-Inverno 2025 si intitola Guardian of Light ed è un omaggio sofisticato all’artigianato e all’identità siriani. Le creazioni non riproducono letteralmente i codici estetici tradizionali, ma li reinterpretano in chiave moderna attraverso silhouette scultoree, texture ricercate e dettagli simbolici. Tra i pezzi più iconici si distingue un abito da sera oro opaco con fili intrecciati che ricordano l’intarsio in legno e una frangia fluida simile a oro liquido, insieme a un modello in crêpe avorio decorato con motivi cuciti a mano, frutto di oltre 300 ore di lavorazione.
Nato a Deir ez-Zor, Rami Al Ali ha studiato moda a Damasco prima di trasferirsi a Dubai, dove ha fondato il suo marchio nel 2001. Dopo anni di lavoro tra Medio Oriente ed Europa, vestendo celebrità come Helen Mirren e Beyoncé, lo stilista ha costruito una reputazione solida, fondata sull’eccellenza sartoriale e sulla narrazione culturale.
Parallelamente al suo impegno nel mondo della moda, Rami Al Ali ha sostenuto l’arte e la cultura siriana anche durante i lunghi anni della guerra civile, con progetti benefici come Ard Dyar. Il suo lavoro oggi rappresenta un ponte tra la tradizione mediorientale e i codici contemporanei della couture, portando la Siria su un nuovo palcoscenico internazionale.
La Città eterna consolida la sua posizione di rilievo nella moda globale con Ensemble 2024, che celebra l’eccellenza sartoriale e promuove i talenti emergenti. Il tutto in una cornice affascinante e senza tempo
L’incanto della moda ha nuovamente illuminato Roma con la seconda edizione di Ensemble 2024, il prestigioso evento promosso da Roma Capitale e Regione Lazio. Un’occasione per riaffermare la storica vocazione della città per l’haute couture, riportando Roma al centro del panorama mondiale del fashion. Palazzo Braschi e Piazza del Campidoglio sono i suggestivi scenari della manifestazione, che offre un ricco programma di eventi dall’11 al 14 luglio. L’iniziativa è stata promossa da Alessandro Onorato, Assessore alla Moda, ai Grandi Eventi, al Turismo e allo Sport di Roma Capitale e da Roberta Angelilli, Vicepresidente della Regione Lazio e Assessore Sviluppo economico, Commercio, Artigianato, Industria, Internazionalizzazione.
Una serata d’eccezione dedicata all’alta moda
La serata di ieri, sabato 13 luglio, ha rappresentato il culmine di questa manifestazione con la Grande Soirée dell’alta moda. Alle 21:00, Piazza del Campidoglio è stata il palcoscenico di uno spettacolo mozzafiato, presentato da Eleonora Daniele e con la partecipazione straordinaria di Patty Pravo, che da icona di moda e diva della musica italiana ha regalato un’esibizione senza tempo. Passerella e luci hanno fatto da cornice a una sfilata di straordinaria bellezza, dove nove prestigiose maison hanno mostrato le loro creazioni.
Maison Gattinoni ha aperto la sfilata con le sue deità maschili e femminili, vestite da Guillermo Mariotto. Le creazioni hanno esplorato il confine tra moda e arte, enfatizzando il tema della sostenibilità, con abiti realizzati attraverso tecniche di upcycling e recycling.
Dopo Gattinoni, la passerella ha visto le creazioni di Camillo Bona, il cui omaggio alla donna moderna e dinamica ha preso forma in otto outfit per l’autunno/inverno 2024-25. Le sue creazioni in doppio crêpe di lana, lavorate a mano, hanno spaziato dal rosa al grigio, creando giochi di tagli e sfumature unici.
Franco Ciambella ha invece portato in scena un tributo alla Venere di Milo, con “Vestiti da sogno” dai colori vivaci e ricchi di lavorazioni in 3D. Oro, simbolo di eternità e sacralità, si è fuso con altre tonalità per rappresentare passione e forza vitale.
Nino Lettieri ha presentato una capsule di kaftani di lusso ispirata ai colori dell’isola di Capri, realizzati in chiffon e organza di seta, dimostrando la vera essenza dell’Alta Moda.
La collezione di Michele Miglionico per l’inverno 2024/25 ha esplorato l’essenziale attraverso simboli alchemici, con creazioni nei colori nero e oro che esaltano la tradizione sartoriale lucana.
Gianni Molaro ha dedicato la sua collezione “Noble Vanitè” a due donne forti come Tamara de Lempicka e Dalidà. Le proposte hanno incluso long dress in mikado e abiti in satin, impreziositi da perle, verde smeraldo e ciclamino.
Sabrina Persechino ha esplorato il tema dell’equilibrio con outfit lineari e geometrici, spaziando dal bianco al nero, passando per l’oro, in un insieme plastico di estremo fascino.
Jamal Taslaq ha unito Oriente e Occidente in una collezione di Alta Moda che ha fuso tradizione e innovazione, con abiti statuari e tessuti pregiati, arricchiti da intarsi in pelle e cristalli.
Gian Paolo Zuccarello ha presentato una collezione proiettata nel futuro, ispirata a Jeanne du Barry. I suoi outfit, realizzati con tessuti rigidi come mikado e taffettà di seta, hanno messo in risalto la sua sartorialità d’avanguardia.
I giovani designer illuminano Piazza del Campidoglio
Oggi Piazza del Campidoglio sarà nuovamente illuminata per dare spazio all’ultimo appuntamento di Ensemble 2024 e ai giovani designer delle accademie romane ABA, Accademia Koefia, Accademia Italiana, Accademia del Lusso e Accademia Maria Maiani. Circa cento studenti presenteranno 190 nuove creazioni, per dimostrare che il futuro della moda italiana è luminoso e promettente.






